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Archive for the ‘Elyssa/Didone: la regina errante’ Category

Una nuova lettera per Elyssa/Didone: fra teatro e critica

20 novembre 2008 Commenti disabilitati

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

VOLERE È PODERE?

Il “Giornale di Bordo”, com’è sua funzione, seguita a registrare le conseguenze di Elyssa/Didone; fa piacere che queste proseguano a più di due settimane di distanza. Coprire di parole una pagina non sempre vuol dire, però, delimitare un pensiero. Tra coprire e delimitare c’è davvero differenza.

Ignoravo la diffusione di cartoline di Venezia con l’acqua alta: Iaquone sarebbe grato se Serpani ce ne inviasse qualcuna. Pensava di aver colto un’occasione imprevista. Mentre Marilù ed io pensavamo che l’imprevisto fosse l’anima di un Laboratorio, che acquistava senso anche con l’uso di attori non professionisti (Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Leo De Berardinis…) Si perde qualcosa, ma magari si guadagna altro.

Il nostro progetto era ambizioso, ma non tanto da estendersi ai “mitili filippini” o al grido “il mio dio ce l’ha più grosso del tuo”. Per evitare la nascita di leggende metropolitane tra chi non ha visto lo spettacolo, prego di credere che ce li ha aggiunti Serpani. Marilù, Abla e le altre “povere Elysse/Didoni” non pensavano di dover “trainare il carro”, ma più semplicemente erano in scena.  Serpani non se n’è accorto, mentre ha visto nella pelle di Byrsa “una perfida mossa ingannevole e (sic) strappa podere (sic) a dei poveri ingenui che se ne innamorano perdutamente”, e nella scrittura datata ’68 di Adele Cambria un andamento “alla romana”. Interessante.

Renato Nicolini

Ancora su Elyssa/Didone: regina erronea?

16 novembre 2008 Commenti disabilitati

C’è un’enorme differenza tra le parole “coprire” e “delimitare” riferite ad uno spazio ma sembra che le scelte registiche di Marilù Prati e di Renato Nicolini non ne abbian tenuto conto. E’ così che nella rappresentazione di Elyssa/Didone troviamo la regina errante, nella scena chiave, a promettere al re del’Africa di fondare una piccola comunità (la futura Cartago) usufruendo di un fazzoletto di terra grande come la pelle di un bue. Promessa che si trasforma in una perfida mossa ingannevole e strappa podere a dei poveri ingenui che inebetiti ne si innamorano perdutamente.

Lo spettacolo Elyssa/Didone: la regina errante, messo in scena il 3 Novembre al teatro “Giovanni Poli” di S. Marta è stato decisamente deludente. Tentativo mal riuscito di aggregazione di diverse etnie (ed identità), intrecciando cultura araba e neolatina del super mega mar Mediterraneo.

E’ da ben intendere che il fallimento non è dovuto all’intento (peraltro ammirevole) quanto a qualche imprevisto nella direzione del progetto. Lo spettacolo offertoci, infatti, è completamente disorganico, privo di nessi fra le varie scene, quasi a darci l’impressione di un lavoro finito in fretta per l’occasione. Eppur è parte di un progetto che viene sviluppato da diverso tempo, coinvolgendo studenti del master in architettura ENAU di Tunisi ed il laboratorio teatrale “le Nozze” dell’Università “Mediterrranea” di Reggio Calabria, approdato la scorsa settimana nell’ex isola veneziana raccogliendo ulteriori partecipanti. L’ambizione e la difficoltà di gestione per un organico così creato, sono cospique e probabilmente han posto delle difficoltà inaspettate. Certo il lavoro creativo-materico-scenico visto in scena è stato di buona sostanza; esperimenti video che si frantumano sullo sfondo, scenografie umili ma di grande effetto, dalla chiara mentalità architettonica, a ricercar la sensazione dei miraggi del deserto. Ma c’è un “ma”.

Ma gli attori che son costretti a recitare per un’ora e mezza non sono attori. Forse qualcuno sì, certe presenze sceniche si fan sentire. Però quelle che ti aspetti debbano “trainare il carro” non convincono. Povere le Elysse/Didoni che si alternano e sovrappongono sul palco, a testimoniare la continua ricerca femminea della definitiva emancipazione, a sacrificarsi per il bene delle loro figlie generazioni future. E povera la già mal concia Venezia, ritratta in un grottesco finale “alla romana”, su testi della Cambria, nella sua più misera immagine cartoliniana affondata nell’alta acqua di stagione; costretta ancora ad ascoltare bisticci ed ipocrisie millenarie fra gente tutto sommato di “quartiere” al grido de “il mio dio ce l’ha più grosso del tuo” mentre si lascia invadere i fondali dai mitili filippini…

Una scena della presentazione del laboratorio, foto di Erica Boschetti/ShylockCUT

Una scena della presentazione del laboratorio, foto di Erica Boschetti/ShylockCUT

Ancora a proposito di Elyssa

12 novembre 2008 Commenti disabilitati

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Cari amici e amiche del Giornale di Bordo,

In poco più di 5 giorni Elyssa/Didone giunta da Reggio Calabria con al seguito il proprio esercito di sacerdoti (attori, scenografi, costumisti, tecnici audio, luci e video) insediatasi al teatro “Giovanni Poli” dell’ Università Ca’ Foscari di Venezia, accolti alla propria corte esuli attori in cerca di lidi sicuri, ha saputo mettere in scena il mito che racconta di come da Tiro arrivata sulle coste africane fondò Cartagine; il fato era deciso, gli Dèi ne avevano già stabilito la sapiente drammaturgia narrata e interpretata per loro conto dal Genius Loci, trasformatosi per l’occasione in Genio del Teatro: e la tragedia ebbe luogo. Riscritta seguendo un intenso parallelismo tra il mito classico e quello africano, in sintonia con il tema che la Biennale Teatro di Venezia aveva scelto quest’anno, il Mediterraneo, la vicenda non si esaurisce nella partenza di Enea e nella morte della regina ma prosegue lungo un excursus moderno dove frammenti Beat del testo di Adele Cambria ci riconsegnano Didone all’interno dei contorni graffianti della società contemporanea.

Sin dal primo giorno di lavoro l’intera e complessa fase organizzativa ha saputo coinvolgere ognuno dei partecipanti; chi scrive vi ha preso parte in veste di allievo/attore. “Trasversalità”, questo il termine utilizzato sin dal primo giorno da Marilù Prati, Renato Nicolini e gli altri direttori dei laboratori paralleli a quello di recitazione. L’espressione che in principio sembrava essere un po’ oscura di significato in poche ore si è altresì subito svelata. Nonostante arrivassi tutti i giorni come pendolare da Bologna, l’impegno è stato ricompensato dalle ore di lavoro mattutino durante le quali ho avuto modo di apprezzare e condividere, anche come solo osservatore, l’intero meccanismo della macchina teatrale.

Si seguiva infatti tutti assieme la costruzione del risvolto tecnico dello spettacolo, il confronto tra le idee registiche, drammaturgiche e le urgenze pratiche, avendo la possibilità, cosa non banale per un attore, di assistere alle scelte a alle installazioni. La giornata proseguiva così nelle ore pomeridiane con l’intenso lavoro sulla recitazione, c’erano pochi giorni e una grande rassegna come quella della Biennale di Venezia da onorare: nonostante il copione fosse già scritto e approvato non è mancata la possibilità di cercare, provare e confrontare diverse direzioni e nuove soluzioni, tanto nello svolgersi del canovaccio come nell’interpretazione delle diverse scene.

L’approccio del “work in progress” nonostante i tempi serrati ai quali eravamo costretti è, fra gli altri, un grande merito che riconosco ai direttori di tutti i laboratori che hanno così dimostrato grande capacità di apertura nei confronti delle persone con le quali hanno lavorato e altrettanta capacità di mettersi in discussione. Affascinato da questo atteggiamento ho assistito alle fasi di lavorazione tutti e 5 i giorni per tutto l’arco della durata delle prove nonostante vi fossero svariati momenti che non mi hanno visto direttamente coinvolto. Si era talmente immersi nel lavoro che quando le prove sono durate ben oltre l’orario ufficiale del laboratorio l’unico motivo che ci ha costretto ad interrompere è stato la chiusura della struttura che ci ospitava. Ritengo, e tra le persone con le quali sono stato in contatto in questi giorni ne ho trovato riscontro, che in quest’ambito si può essere al tempo stesso servi di scena, attori e costumisti, senza alcuna priorità se non il fine stesso a cui tende il lavoro comune e all’interno del quale apportare la massima professionalità; lo stringere i denti di molti di noi in alcuni momenti di tensione o di difficoltà ne è la più chiara testimonianza a dimostrazione di come amare il teatro e di come poi poterne raccogliere i frutti sia professionali che personali: forse difficile da percepire per chi esternamente ha seguito solo lo svolgersi degli eventi.

Da principio l’impellenza di potermi inserire nel gruppo dei ragazzi dell’ “[L]aboratorio [T]eatrale [U]niversitario [LE NOZZE]” di Reggio Calabria e dell’ “Ecole National d’Architecture et d’Urbanisme” di Tunisi ha trovato come riscontro la professionalità e disponibilità di questi che hanno permesso la formazione di un’entità organica all’interno della quale creare un’intensa collaborazione. Motivo per cui ringrazio tutti di cuore. In questo senso ammetto di avere il rimpianto di non avere la possibilità di poter proseguire, a causa della distanza che ci separa, in maniera stabile e continuativa altre esperienze con gli amici e compagni di questa avventura, che spero però di ritrovare presto o tardi nel mio futuro di attore e individuo.

Fabio Garau

Un momento del laboratorio, foto di Nicola Mazzuia/ShylockCUT

Una scena dal laoratorio, foto di Nicola Mazzuia/ShylockCUT


Una lettera da Elyssa/Didone al Giornale di bordo

9 novembre 2008 Commenti disabilitati

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

È la passione del teatro e quindi dell’arte dell’attore, della regia e della messinscena di uno spettacolo (che è uno dei temi di cui volevamo parlare nelle mattinate dal 29 al 3 novembre durante il nostro laboratorio), che ci ha costretto a trasformare le discussioni teoriche in pratica teatrale. È questo che caratterizza il nostro laboratorio “Le Nozze”: a Reggio Calabria abbiamo il teatro dell’Università – il Politeama Siracusa – dove proviamo due-tre giorni tutte le settimane e mettiamo in scena tre spettacoli, ogni stagione, da cinque anni. Abbiamo applicato il nostro metodo anche in Tunisia per la prima messinscena del Laboratorio su Elyssa a Nefta, dove abbiamo avuto il primo incontro con gli architetti/attori tunisini che sono poi venuti a Reggio Calabria ed ora a Venezia. Li vogliamo citare almeno per nome: Theljia , Imen, Moktar, Assia e Abla. Di quest’ultima possiamo dire che ha le capacità ed il carisma di autentica attrice, cantante e danzatrice. Quanto al nostro gruppo di studenti/attori reggini (Adriana, Saro Cavallaro, Marcello, Adele, Jessica, Domenico e Francesco Spinelli che sono solo una parte dei nostri attori), ci unisce il lavoro fatto insieme in questi anni: conoscono e praticano il nostro Metodo. L’incontro con gli iscritti al laboratorio della Biennale è stato con alcuni reciprocamente entusiasmante e stimolante (Fabio,Giulia, Silvia, Marta e Giuseppe) ed erano quelli più interessati alla recitazione e quindi più disponibili a seguire le indicazioni della regia. Non c’era tempo di discutere: volevamo mettere in scena una proposta di spettacolo in cinque giorni! E poi la soprano veneziana Giulia, con le due arie della Didone di Purcell, accompagnata da Teresina e Valentina, che ci hanno deliziato. E ancora il folto gruppo che ha seguito lo scenografo Aldo Zucco e Grazia Bono e Caterina Morano e Antonietta che non si sono fermati un attimo per realizzare oggetti magici e donarci visioni. Luigi Biondi ha illuminato con Marco la nostra Elyssa e Fabio Massimo Iaquone ed il suo gruppo assistito dal nostro Giorgio ha creato le splendide immagini che hanno costellato lo spettacolo. Milly Basile e Simona hanno preparato i costumi…

Insomma le dodici fatiche di Ercole: ma siamo contenti e grati a Maurizio Scaparro per aver inventato Mediterraneo. Il progetto “Giovani a Teatro” pensiamo che si possa realizzare soprattutto facendo fare ai giovani il teatro, e questo a volte (soprattutto se si hanno pochi giorni) comporta un impatto ad urto: nella mia lunga esperienza teatrale – lavorando con Eduardo, Cecchi, Ricci, G.Marini, Ronconi che considero i miei maestri – ho imparato che l’eccessivo psicologismo non fa bene agli attori e a volte bisogna abbandonarsi e fare. Come dice Rilke: “abitare l’aperto inconsapevole del pericolo”. Mi piacerebbe, come si diceva una volta, aprire un dibattito e scambiare le nostre opinioni sul “Giornale di bordo”, proprio sul tema Teatro e Università, ricerca e sperimentazione, sull’apertura di nuovi spazi teatrali… A volte esprimere conflittualità fa bene. Siamo sempre più convinti che il rinnovamento del teatro parta da qui.

Vi abbraccio anche da parte di Renato Nicolini
Marilù Prati l’Errante

Presentazione del laboratorio ‘Elyssa/Didone: la regina errante’

5 novembre 2008 Commenti disabilitati

Foto di Erica Boschetti Shylock/CUT

Quand une et une font deux

4 novembre 2008 Commenti disabilitati

Simple banalité. Pourtant, c’est comme cela qu’on pourrait définir le projet orchestré par l’actrice Marilù Prati et l’Homme de théâtre Renato Nicolini afin de mêler deux histoires d’une même reine à deux noms: Elissa/Didone. La première des souveraines, tunisienne de l’écrivain Fawzi Mellah, est une inspiration de la mythique seconde, romaine de Virgile. C’est dans les murs du théâtre Giovanni Poli que se déroule le laboratoire de création Elissa/Didone: la regina errante, du 29 Octobre au 03 Novembre. C’est, là encore, l’histoire d’un fameux mélange: celui de la rencontre entre des étudiants de l’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria et de l’Ecole National d’Architecture et d’Urbanisme de Tunis.

Rien n’est simple quand il s’agit d’unir deux entités. Dans ce cas, la Méditerranée facilite la chose. Elle rassemble la Tunisie et l’Italie qui ont, toutes deux vue sur la mer. Elle représente aussi à elle seule un territoire où l’Homme, s’il prétend la posséder, n’a pas d’ombre. Elissa/Didone, avant qu’elle n’arrive à Carthage et qu’elle en devienne reine, passe un long moment à errer en Méditerranée. C’est un peu son royaume de refuge. C’est bien cette histoire de reine qui unit les deux écoles.

Pour poursuivre en parlant du duo, il serait dommage de ne pas faire référence à celui  Prati/Nicolini. Celui-ci est de longue date et fonctionne d’une manière qui lui est propre. Ce qui est certain, c’est qu’échange il y a. La mise en scène est, par définition, un dialogue. Elle implique une confrontation entre deux visions forcément différentes d’une même oeuvre. Cet “affrontement” est nécessaire pour arriver à un parti pris valable et non stéréotypé. Elle, est sur scène, lui, dans la salle. Ce dernier joue aussi le narrateur/choryphé qui raconte le processus de création drammaturgique, conférant ainsi au spectateur un second niveau de lecture (le premier étant l’histoire de la reine qui se joue en scène) plus distancié et  lui donnant des clés pour suivre l’intrigue tortueuse, mélange de Didone et d’Elissa. A cela, s’ajoute encore un troisième plan drammaturgique, contemporain cette fois-ci : le personnage d’une mère clandestine en route pour Lampedusa avec son enfant, à qui elle raconte l’histoire de Didone/Elissa. 

Rien qu’en terme de dramaturgie, cette création est foisonnante d’idées. On pourrait ajouter à cela la scénographie, la création lumière, la vidéo, les marionnettes, les interventions musicales. Sans aucun doute, cela constitue un travail généreux et soucieux de faire participer le plus grand nombre. Mais, l’idée même de Rencontre entre deux cultures, entre deux histoires, déjà complexe, est un peu noyée sous ces abondantes formes que le spectacle propose du fait du nombre de détails techniques à gérer en un court temps de travail. On ne peut que souhaiter que le spectacle trouve plus tard en un autre temps et en un autre lieu, à nouveau un ici et maintenant afin de transmettre l’histoire de cette union à la reine errante.

A lezione di pedagogia

3 novembre 2008 Commenti disabilitati

La serie di interventi video per Elyssa/Didone è quasi terminata: abbiamo creato miraggi, donne che appaiono in un deserto all’alba investito da nuvole che scorrono in overlay; tempeste marine fatte di carta e gelatine azzurre e di barche dalle vele di nylon; una Venere sensuale, triplicata, avvolta in un velo rosso, che viene quasi portata via dalle onde del mare che incontrano la sabbia; l’omicidio a tradimento di Acherbas, marito di Elyssa, ad opera di Pigmalione, con il sangue che – in stop motion – apre sul suo collo un taglio di acrilico rosso, denso e traballante – o forse uno strangolamento? Video materici, la cui grana e i cui effetti luminosi definiscono una dimensione altra all’interno dello spettacolo. Elementi visivi che vanno a costituire una drammaturgia parallela fatta di segni, di immagini nette e semplici, forti di un colore, di un singolo elemento, di un tipo di inquadratura. L’acqua, forse più tutto, fa da filo conduttore: acqua del mare che porta via immagini; acqua che cola su Enea per purificarlo; acqua che bagna le scaglie di pesci per renderle più lucide e riflettenti; acqua che gocciola su mani che si cercano in una danza di intrecci di dita e sguardi. La ricerca di immagini pregne di significato, che travalicassero l’estetica per unirsi ad un senso collettivo dell’opera, è stato un obiettivo sempre tenuto a mente durante la fase di creazione e realizzazione di riprese, montaggio e post-produzione.

 

prove di canto, foto Zaira Zarotti Shylock/CUT
prove di canto, foto Zaira Zarotti Shylock/CUT

In uno spettacolo la cui regia vede quasi ogni personaggio frammentarsi – in due, tre, addirittura cinque identità differenti – e in cui non è sempre ben chiaro, per scelta, il ruolo di ogni attore (essendo tutti i ruoli mescolati e amalgamati e gli attori spalmati su vari ruoli contemporaneamente), il video restituisce una dimensione essenziale, ridotta, distillata della drammaturgia.
Sempre attraverso il gioco e la sperimentazione di elementi e luci, abbiamo lavorato con diverse tecniche e strumenti riprendendo materiali completamente differenti tra loro, dal tipico paesaggio urbano veneziano fatto di riflessi e passi, al corpo morto di un pesce di nome Wanda animato per mezzo di alcune forchette.
Abbiamo rimesso continuamente in discussione il nostro lavoro in un’ottica di totale confronto all’interno del gruppo di lavoro e all’interno di tutta la troupe coinvolta nel laboratorio (confronto che sarebbe potuto essere più proficuo per lo spettacolo se tra le varie parti coinvolte ci fosse stata una reale e umile volontà di accettare le idee altrui). Speriamo tutti che il risultato finale sia la creazione di un’atmosfera visiva ed evocativa per chi vedrà e vivrà lo spettacolo.

Scene dal laboratorio ‘Elyssa/Didone: la regina errante’

3 novembre 2008 Commenti disabilitati

Foto di Irene Guerra/ShylockCUT.

La materia di cui son fatti i video…

1 novembre 2008 Commenti disabilitati

Qual è il significato del video in teatro? Cosa può aggiungere una proiezione ad un’esperienza come uno spettacolo in teatro?
Fabio Massimo Iaquone, coordinatore della parte video del laboratorio “Elyssa/Didone–la regina errante”, intrattiene a lungo gli studenti del suo gruppo chiacchierando a proposito del valore del video all’interno di una scena teatrale. Iaquone è un video artista formatosi a partire dal cinema e approdato con successo al mondo del teatro, introducendo il concetto di “DVT” (Didital Visual Theatre). Durante i vent’anni trascorsi nell’ambito teatrale e performativo ha avuto occasione di realizzare materiale visivo per ogni tipo di spettacolo, dal musical all’opera lirica, dalla prosa alla performance artistica. Tra gli interventi più innovativi vale la pena ricordare almeno quello per “ZOO concerto per peli e respiro” presentato a Roma al Palazzo delle Esposizioni nel 1998; quelli per lavori trasversali tra scienza, arte, moda e musica come “Variazioni sul cielo” con Margherita Hack e “Matematico e impertinente” con Piergiorgio Odifreddi presentato a Genova per il Festival della Scienza nel 2006; e ancora, le collaborazioni con artisti del calibro di Giorgio Barberio Corsetti e Robert Wilson. “Il video deve creare significati – spiega Iaquone – deve aggiungere valenza, visione, prospettiva. Il teatro costruisce il mondo partendo dal nulla, il cinema al contrario, sfrutta direttamente l’esistente per creare una sintesi tagliata della realtà, per ridurre”. Come coniugare, dunque, i due mezzi per mantenerli vivi entrambi, per accrescere la potenza di un’immagine?

 

Prove tecniche, foto di Giorgia Mason Shylock/CUT
Prove tecniche, foto di Giorgia Nason/ShylockCUT

Oggi Iaquone e il suo assistente Giorgio Cannizzaro, ragionano con i laboratoristi con estrema semplicità e rara modestia, sulla creazione di senso. Ormai l’arte contemporanea si basa in larga parte su ciò che potrebbe definirsi effimero, su materiali e supporti inusuali che si deteriorano: se il valore fondamentale della durabilità dell’arte viene meno, cosa contraddistingue un prodotto artistico da una semplice (anche se onesta e valida) opera di artigianato? E più nello specifico del laboratorio: quali sono gli elementi che devono caratterizzare il lavoro in modo che esso non risulti né letterale né criptico? La chiave è tradurre: non c’è necessità di aderenza drammaturgica, spiega Iaquone, ma serve creare una confluenza. Bisogna creare dei racconti usando la stessa materia e cercando di semplificare e ottimizzare, anche considerando i tempi brevi. La parte video dello spettacolo finale verrà divisa sostanzialmente in due momenti: alcune sequenze definite verranno proiettate su un tulle posto sul palco e la proiezione sarà pensata per sbordare dal quadro della cornice scenica. Il tentativo sarà di allargare la cornice, di fuoriuscire, di coinvolgere eventualmente anche parte della platea in un ambiente immersivo e avvolgente. La volontà è rendere il video parte drammaturgica fondamentale, senza scadere in un uso eccessivo o senza valore del mezzo. Il secondo metodo di proiezione invece coinvolgerà direttamente una fondamentale parte scenografica: il teatrino di ombre, dietro il quale si muoveranno figure di carta, mani e altri elementi per definire e descrivere scene e sensazioni, verrà ripreso in diretta e ingrandito nella proiezione sul palco. Una scena duplice, un video duplice, un’aggiunta di significato, un cambio di dimensione, una sorta di diverso zoom sulla realtà, un rafforzamento nella moltiplicazione.

Iaquone porta avanti il lavoro di elaborazione concettuale della parte visiva dello spettacolo con grande sincerità e calma, lasciando gli allievi liberi di esprimere suggestioni, immagini, percezioni, sensazioni che possano fornire spunti per la realizzazione delle riprese: il tentativo, allora, è di trovare atmosfere, di pensare ad immagini in grado di rimandare ad altri significati. A partire dai temi sotterranei di mare, dolore, tempesta, incendio, naufragio e accoglienza si cerca di definire una drammaturgia unificante e coerente, esplorando le diverse tecniche e i soggetti possibili. Lo spettacolo, che si apre con una scena sul deserto, fornisce spunti complessi: l’analogia tra onde del deserto e onde del mare, che ha aperto le riflessioni sul tema, ci porta a vagare tra le diverse restituzioni realizzabili e le diverse suggestioni fornite dal testo. Domani durante le riprese esploreremo materiali visivi tra i più diversi; sarà coinvolta Venezia, così come cascate di sale fino e mollette da bucato. Sperimentare con metodo: esattamente lo spirito di un laboratorio e la capacità di alcuni maestri di guidare senza invadere né bloccare la creatività.

Perdersi nel reale

1 novembre 2008 Commenti disabilitati

“La tecnologia non è né buona, né cattiva. E neppure neutrale”. Ha detto il sociologo Melvin Kranzberg. Figlio dell’analogico, il digitale, sotto i vestiti nuovi, nasconde vecchi panni. Non più evoluzione o progresso, ma mutazione. Oggi, la mente e il corpo sono influenzati dalle potenzialità dell’informatica. Il mondo dipende dal linguaggio parlato. La parola crea il pensiero e i ricordi si strutturano in sequenze narrative. Crollano definitivamente le barriere dello spazio e del tempo e l’arte deve adattarsi. Così come il teatro.

Da queste premesse nascono i lavori del regista e videoartista Fabio Massimo Iaquone, presentati durante il secondo incontro del laboratorio Elyssa/Didone: la regina errante, al Teatro Giovanni Poli Santa Marta. L’ideatore del concetto di DVT (Digital visual theatre), ovvero di una visione del teatro e degli eventi libera da ogni schema consueto, che ridisegna lo spazio scenico con tecnologie d’avanguardia, ha spiegato: “Ho deciso di lavorare con le immagini, con quelle nate per essere rappresentate. Tutti i video sono strettamente legati alla scenografia”. Poche parole, perché alcune cose vanno solo osservate, non descritte. Un grande lavoro di precisione, per collocare in modo efficace le figure all’interno del palcoscenico. Anche se il fine non è estetico, è necessario che siano seguite le leggi del visuale, per creare l’effetto voluto.

foto di Federica Bezzoli/ShylockCUT

foto di Federica Bezzoli/ShylockCUT

“Da sempre l’arte è legata alla tecnica – ha ricordato Iaquone -. Non possiamo non evolverci, dobbiamo utilizzare le potenzialità che ci offre il video che, spesso, permette di realizzare ciò che credevamo impossibile”. La macchina simula l’atteggiamento umano, lo anticipa e, a volte, rende reale ciò che non lo è. Aiuta a ritrovare la rotta in una tempesta. Perché il mare è un luogo di incroci, ma anche un luogo in cui ci si perde, come nella vita. Ed è proprio in quei momenti che si mette in dubbio la propria identità, in senso costruttivo, per diventare parti di una stessa comunità. Siamo continuamente investiti dalle informazioni, dalle novità, dalle possibilità. Al punto di esserne quasi travolti. Finché non incontriamo l’altro, una persona diversa da noi che ci apre altre strade. Spesso, senza rendersene conto. Oppure, finché non interviene una nuova tecnologia a offrirci possibilità espressive che avevamo soltanto immaginato o sognato.

Nelle installazioni di Iaquone, reale e visuale si confondono. Le proiezioni degli attori non si distinguono dagli attori stessi. O, in altri casi, i personaggi sono messi in risalto, proprio perché si distanziano dalle immagini. Tanti effetti possibili, diversi, vari e impensabili. Per questo, è necessario scoprire cosa possono offrirci i nuovi mezzi, per orientarci nel flusso in cui siamo immersi. La percezione è la realtà. A volte, bisogna perdersi per ritrovarsi.

Iaquone con partecipanti al laboratorio, foto di Federica Bezzoli/ShylockCUT

Fabio Massimo Iaquone con i partecipanti al laboratorio, foto di Federica Bezzoli/ShylockCUT