L’attimo unico
di Zaira Zarotti
“L’attimo è unico: nella sua unicità irripetibile è fuggevole; talvolta è così veloce da non lasciare né ricordo né emozione. A volte però è così intenso e prezioso da imporsi per essere catturato”.
Queste poche righe, ritrovate tra dei miei vecchi appunti, credo, abbiano condizionato molto il mio modo di osservare le cose nel corso degli ultimi tempi.
Spesso mi viene chiesto perchè faccio foto o che cos’è che tanto mi affascina della fotografia. A seconda dei casi e della persona che me lo chiede, a volte rispondo su due piedi in modo apparentemente superficiale. Ma la risposta vera e sincera, in realtà è una confidenza strettamente personale e legata alla mia interiorità, da lasciar perplessi chi pone la domanda.
La verità è che ciò che mi ha fatto avvicinare alla fotografia è stato principalmente una necessità di dar forma “materiale” ai miei pensieri, alla mia creatività; un mezzo capace di esprimere e fermare il mio modo di vedere ciò che mi circonda. Nel corso del tempo poi, credo di essere arrivata ad un’ autoanalisi che mi ha portato inoltre a rendermi effettivamente conto che la fotografia, in questo preciso momento della mia vita, risulta essere un punto fermo; un modo per bloccare piccoli attimi del mio presente che spesso mi appare perennemente un continuo moto frenetico e caotico. L’immagine così oltre ad essere un mezzo di espressione diventa per me un modo per dar forma all’osservare curioso e forse anche ingenuo “dall’alto” dei miei diciannove anni; un mezzo per trovare una sorta di equilibrio dato dalla possibilità di vedere materializzato un mio pensiero, una mia idea in un tempo decisamente breve e istantaneo.
Nel vasto campo delle immagini, inizialmente mi sentivo particolarmente vicina alla fotografia di viaggio; in seguito poi ho sviluppato un interesse per la fotografia di scena. Grazie alla possibilità di fare esperienza direttamente sul campo con il laboratorio di fotografia di scena e riflettendoci un’attimo sopra, credo di aver trovato una similitudine tra questi due campi molto diversi tra loro.
Anche la scena teatrale offre una sorta di possibilità di compiere un viaggio, di trovarsi all’interno di uno spazio reale che però allo stesso tempo non è tale in quanto esiste solo nel momento stesso del suo essere in atto. A mio parere, porta con se un suo fascino e mistero (questi sono tra gli aspetti che di più ho cercato di sviluppare nelle mie foto); vive all’interno di un tempo tutto suo e proprio per questo sento che mi offre un pretesto per compiere una personale ricerca per dar vita a delle immagini che non solo raccontano, ma racchiudono l’espressione e l’emozione più cariche di quell’istante. Questo laboratorio dunque mi ha permesso di avvicinarmi un po’ di più a quella “soglia” che separa il semplice “far foto fine a sé stesso” e il “far foto che, almeno tentano, di esprimere qualcosa di più”.
All’interno di questa stagione di laboratori di teatro l’esperienza che più mi ha permesso di sviluppare questo tipo di ricerca espressiva è stata di sicuro con quello del Teatro del Lemming dove ho avuto modo di confrontarmi con le mie capacità al fine di riuscire a trasformare un’esperienza impalpabile, quasi onirica, ma molto coinvolgente, in immagini che per lo meno tentassero di comunicare tutto ciò.
Ad ogni modo, ogni laboratorio, regista, partecipante e più generalmente attimo di questa esperienza, mi hanno offerto l’opportunità di fare centinaia di interessanti scatti, ma soprattutto di sentirmi parte della grande “macchina umana” che ha realizzato questo progetto vasto come il Mediterraneo.











