Mele verdi che rotolano. La semplicità di un frutto schiantata a terra senza pietà. Fatta rotolare in acqua, la stessa acqua in cui vengono annegati alcuni e purificati altri. Crudezza: forse questa potrebbe essere la sintesi di Das Pulverfass, al suo debutto nazionale ieri sera 29 novembre al Piccolo Arsenale.
Il testo – del macedone Dejan Dukovski, messo in scena da Dimiter Gotscheff con sette splendidi attori del Deutsches Theater – racconta in undici quadri la violenza e la mancanza di ideali e di obiettivi, la malattia si potrebbe quasi dire, che hanno invaso i Balcani dopo la guerra dimenticata. Con un occhio particolare ai giovani, senza speranze, senza felicità, attaccati morbosamente alla propria auto come al sesso, senza distinzioni. Un testo crudo che intreccia storie di incidenti, pestaggi, espatri, omicidi, stupri, erezioni e corazze psicologiche. Forse troppo, o forse non siamo abituati.

Sebastian Blomberg, Alexander Khuon, Birgit Minichmayr, Samuel Finzi in Das Pulverfass, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti/IED Ve
Non siamo abituati a vedere un testo in una lingua che non ci appartiene (e di sicuro l’apparato tecnico della Biennale non ha aiutato con i sottotitoli…), non siamo avvezzi a vedere uno spettacolo che superi l’ora standard, ma soprattutto non siamo capaci di spiegarci una violenza dichiarata con così tanta crudezza. Si tratta in parte, senza dubbio, di una questione culturale (in Italia, rispetto ad altri paesi, non circolano molti spettacoli con nudi in scena o con corpi esposti nelle loro debolezze o nelle loro funzioni vitali) ma viene spontaneo chiedersi se il colpo allo stomaco che si riceve in alcuni momenti non vada oltre l’impostazione mentale data dalla società in cui viviamo. Non è fastidioso sentir parlare di uno stupro quanto lo è vederlo, seppur teatralmente trasposto. Non colpisce sentir parlare di emigranti quanto commuove vedere sei volti immobili, debolmente illuminati, che parlano di una traversata dell’oceano fatta in mezzo all’odore di vomito, immersi nel sogno dell’America e di un mondo che non c’è.
Undici trailer di violenza e omofobia, tradimento e ubriachezza, inframmezzati dalla travolgente musica balcanica dal vivo di Sandy Lopicic e della sua Balkan Orkestar. Una musica che sdrammatizza, che sottolinea, che segue ed accompagna i movimenti degli attori, che finalmente è drammaturgia e non colonna sonora o salvagente. Una musica in contrasto con la durezza dei drammi rappresentati, che spezza la tensione, perché altrimenti la nostra mancanza di abitudine ci potrebbe portare a non sopportare lo spettacolo (se non addirittura ad annoiarci?).
C’è qualcosa dello Zoo di Berlino, qualcosa di Paz!, qualcosa di visto e sentito nei TG di qualche anno fa (e ignorato nell’informazione di ogni giorno) che a volte – miracolo di regista e attori – riesce anche a far ridere. Das Pulverfass è completo e complesso, come si addice ad uno spettacolo che affronta un tema delicato come la guerra e le sue conseguenze mentali e umane; e che si inserisce all’interno di un tema altrettanto delicato come il calderone Mediterraneo, attraversato fra mille insidie in questo mese di Laboratorio del Teatro.